ABBIAMO OSPITI/CULTURA - Medusa: la maledizione della bellezza, lo specchio del potere Articolo di Elvira Coppola Amabile, Autore Ospite de La Lampadina Nell’antica Grecia, tra statue di marmo e templi bianchi al sole, viveva Medusa. Non era una dea, non era nata immortale. Era semplicemente una donna. Ma il suo volto era così splendido che persino le dee si voltavano a guardarla. Le sue parole erano affilate come la verità e i suoi occhi parlavano di libertà. Si consacrò al tempio di Atena, scegliendo la castità non per paura, ma per scelta. Era sua, la sua vita, il suo corpo, la sua mente. Ma nell’Olimpo, la bellezza di una donna era sempre un pericolo. Perché una donna bella e libera, in una società costruita da degli uomini, è una minaccia. Poseidone, Dio del mare, non chiese. Pretese. La vide, la desiderò, e la inseguì. Medusa cercò rifugio nel tempio di Atena, sua protettrice. Ma non ci fu salvezza. Il Dio la violentò lì, sul pavimento sacro, mentre gli dei tacevano e le statue guardavano senza muoversi. Quando Atena scoprì l’oltraggio, non punì Poseidone. No, punì Medusa. Forse per vergogna, forse per rabbia, forse perché anche una dea, in un mondo patriarcale, è schiava delle sue stesse leggi. Così le strappò la bellezza e la trasformò in un mostro: capelli di serpenti, sguardo che pietrificava chiunque l’osasse guardare. Un corpo deformato dalla punizione, e una leggenda costruita su una bugia. Medusa fuggì in una caverna ai confini del mondo, in silenzio, mentre gli uomini raccontavano che fosse pericolosa, malvagia, una minaccia da abbattere. Nessuno diceva che era stata una vittima. Nessuno parlava della violenza. Solo del mostro. E allora venne Perseo. Un giovane eroe mandato a ucciderla, per gloria, per potere, per una testa da mostrare come trofeo. Ma sapeva che guardarla negli occhi lo avrebbe trasformato in pietra. Così Atena, ironia crudele del destino, lo armò con uno scudo lucidato come uno specchio. Fu così che Medusa fu uccisa non guardandola, ma riflettendola. Perseo non la affrontò. Non la vide davvero. La colpì di spalle, usando il riflesso, trasformando la sua immagine in arma. Non si trattava solo di furbizia: era la simbolica dimostrazione che la società non riesce a guardare le donne potenti direttamente negli occhi. Ne ha paura. Così riflette la loro immagine, la distorce, la usa per i propri fini. Anche morta, Medusa generò vita: dal suo sangue nacque Pegaso, il cavallo alato, simbolo della libertà. Quando il sangue toccò il mare, nacque il corallo rosso – bellezza forgiata dal dolore, simbolo eterno del legame tra la violenza subita e la rinascita possibile. La testa di Medusa fu portata via, inchiodata su uno scudo, esibita come monito: “Attenti alle donne troppo forti, alle donne che fanno paura.” Ma col tempo, quella testa diventò simbolo di protezione, incisa sugli scudi e sui templi. Come a dire: il mostro che temete è il vostro stesso riflesso. Morale: la storia di Medusa è uno specchio. Non solo quello che Perseo usò per ucciderla, ma quello in cui ogni società dovrebbe guardarsi. Mostra come il potere patriarcale punisce le donne per la loro bellezza, per la loro forza, perfino per il trauma che subiscono. Trasforma la vittima in mostro, la verità in leggenda. Eppure Medusa, nella sua tragedia, ha vinto. Ha resistito. Ha generato meraviglia. E oggi, la sua immagine sopravvive non come mostro, ma come simbolo: di ribellione, di dignità, di forza femminile che non può più essere guardata solo nello specchio. Bisogna guardarla negli occhi. E non avere paura.
Vota e/o commenta questo articolo da qui Fai leggere questo articolo ad un tuo amico... Torna all'indice | «Quanto alla testa mozzata, Perseo non l'abbandona ma la porta con sé, nascosta in un sacco; quando i nemici stanno per sopraffarlo, basta che egli la mostri sollevandola per la chioma di serpenti, e quella spoglia sanguinosa diventa un'arma invincibile nella mano dell'eroe: un'arma che egli usa solo in casi estremi e solo contro chi merita il castigo di diventare la statua di se stesso..»
Italo Calvino |
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CULTURA – Il colore viola: fascino e mistero Articolo di Carlo Verga Nel 2018 Pantone ha scelto l’ultravioletto, il colore il più viola dei viola, come colore dell’anno e come sinonimo di individualità. Carlo III indossa la corona di Sant’Edoardo con la fodera di velluto viola mentre porta il globo d’oro sormontato da una grossa ametista e lo scettro del sovrano durante la sua incoronazione. Perfino gli impressionisti erano turbati dal colore viola e lo utilizzavano per un’alea di mistero e di intrigo nei loro capolavori. Il viola non è certo un colore presente in natura e nel mondo antico questo gli conferiva una qualità esclusiva ed esotica. A partire dal XV secolo, i cittadini delle città di Sidone e Tiro, nel Mediterraneo orientale, scoprirono come produrre la tintura viola. Il processo richiedeva molta manodopera, risorse specifiche e, di conseguenza, estremamente costoso. La tintura viola era ottenuta spremendo la ghiandola di una lumaca di mare (Bolinus brandaris, per la precisione) che produceva un'unica goccia di liquido: un meccanismo di difesa che, a quanto pare, odora di aglio. Quando esposto alla luce solare, il muco cambia colore dal verde al blu e infine al viola scuro. Si chiamava porpora di Tiro dalla città di Tiro. Erano necessarie più di 250.000 lumache di mare per produrre poche gocce di colorante viola e il suo costo proibitivo significava che solo i reali e le élite potevano permettersi di indossarlo. Nell’Antico Testamento il viola è il colore delle tend e del tabernacolo, appare sulla cintura di Aiace nell’Iliade e come colore della tunica di Didone nell’Eneide di Virgilio. Alessandro Magno, i re tolemaici d'Egitto e gli imperatori romani indossavano tutti abiti di porpora di Tiro. Per quasi 1.000 anni, la raccolta e il commercio della porpora di Tiro furono strettamente controllati prima dai Greci, poi dai Romani e infine dai Bizantini. I romani addirittura mitizzarono la scoperta del colore attraverso la storia del cane di Ercole che mordeva una lumaca di mare e si tingeva la lingua. I bizantini portarono l'apprezzamento del viola ad un livello addirittura superiore. A coloro che erano al di fuori della famiglia imperiale era vietato usare il colore, le leggi venivano firmate con inchiostro viola e i bambini reali venivano descritti come “nati in viola”. Questo sistema fu distrutto quando Costantinopoli cadde in mano ai turchi ottomani nel 1453. Essi distrussero prontamente tutte le fattorie di produzione del colore. Ci sono voluti cinquecento anni perché il viola tornasse alla ribalta. Solo nel 1856, il chimico William Henry Perkin nella ricerca di qualcosa contro la malaria tentò di produrre un chinino sintetico. I suoi esperimenti produssero invece un residuo, che si rivelò essere il primo colorante sintetico all'anilina, un colore viola intenso chiamato mauveine, (altro caso di serendipity, descritta da Marco Patriarca nella newsletter di aprile). Perkin sviluppò quindi un processo industriale, e produsse la tintura a tonnellate, così che diede modo a chiunque di indossare quel colore. Fu il primo di una serie di moderni coloranti industriali che trasformarono completamente sia l'industria chimica che la moda. Nei tempi recenti le icone della musica pop hanno usato estensivamente il colore il viola, vedi Prince, David Bowie, and Jimi Hendrix. Insomma un colore che non ha mai smesso di emanare un fascino di piacevolezza ma anche di mistero. Vota e/o commenta questo articolo da qui Fai leggere questo articolo ad un tuo amico... Torna all'indice | «Il viola tende ad allontanarsi da chi guarda. Il viola dunque è un rosso fisicamente e psichicamente più freddo. Ha in sé qualcosa di malato, di spento (cenere di carbone!), di triste. Assomiglia al suono del corno inglese, delle zampogne, e quando è profondo al registro grave dei legni (per esempio il fagotto). Viola e arancione, che si ottengono mescolando il rosso con il blu o il giallo, hanno una forte instabilità. Quando i colori si mescolano tendono a perdere l’equilibrio.»
Wassily Kandinsky |
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CULTURA – Il linguaggio delle emergenze: una storia sorprendente Articolo di Marguerite de Merode Pratesi Costretta a guardare un film di guerra per mantenere l’equilibrio familiare, ho finito per trovarmi coinvolta più del previsto. In una scena carica di tensione, tra il crepitio metallico di una radio di bordo, si sente ripetere con angoscia un grido disperato: Mayday, mayday. Poi, improvvisamente, il silenzio. Quel momento mi è rimasto impresso. Mi ha colpito al punto da spingermi a cercare di capire cosa significasse davvero quel grido di soccorso. Ho scoperto che il linguaggio delle emergenze, soprattutto quello usato in radio e telegrafia, è molto più ricco e interessante di quanto si possa immaginare. Il celebre Mayday, ad esempio, deriva da m’aider, ovvero “aiutatemi”. Fu scelto negli anni Venti da un ufficiale radio britannico proprio per la sua semplicità e per essere facilmente compreso sia da anglofoni sia da francofoni. È usato ancora oggi per segnalare un’emergenza grave e immediata, soprattutto in ambito marittimo e aeronautico. Mi sono resa conto, esplorando le origini di questi termini, che gran parte del linguaggio internazionale delle emergenze non ha radici inglesi, come si potrebbe pensare, ma francesi. All’inizio del Novecento, il primo codice di emergenza usato via radio era CQD. Era stato introdotto dalla compagnia Marconi e, a sua volta, derivava da un’abbreviazione francese. La sigla “CQ” veniva già utilizzata per rivolgersi a tutte le stazioni – un po’ come dire “attenzione generale” – ed era la contrazione di sécurité. La lettera D, aggiunta in seguito, stava per détresse, cioè emergenza o pericolo. Anche in questo caso, nel tempo si sono diffuse interpretazioni alternative come Come Quick, Danger o Seek You Danger, ma non hanno basi storiche reali: si tratta solo di tentativi successivi di attribuire un significato alle lettere. Quando il Titanic affondò, cominciò a trasmettere proprio il segnale CQD, e solo più tardi passò a SOS, il nuovo codice allora da poco introdotto. La sua adozione era stata stabilita nel 1906 durante una conferenza internazionale sulla radiotelegrafia tenutasi a Berlino. Il motivo del cambiamento era semplice: in codice Morse, CQD risultava troppo simile ad altre combinazioni e quindi poco affidabile in situazioni critiche. SOS fu scelto non per il significato delle lettere, ma per la sua rappresentazione estremamente chiara in Morse: tre punti, tre linee, tre punti. Una sequenza breve, simmetrica e ritmica, impossibile da confondere anche in condizioni di trasmissione difficili. Proprio questa struttura, …---… (tititi - tatata - tititi) era ciò che rendeva il messaggio così efficace: non corrispondeva a nessuna parola, ma era visivamente e acusticamente inconfondibile. Quando invece la situazione è seria, ma non mette in pericolo diretto la vita, si utilizza il segnale Pan Pan, che proviene sempre dal francese, in questo caso dalla parola “panne”, che indica un guasto tecnico. Infine, per le comunicazioni legate alla sicurezza ma prive di urgenza, si usa il messaggio Sécurité, impiegato ad esempio per avvertire di un ostacolo alla navigazione o di una boa alla deriva. Contrariamente a quanto molti pensano, il celebre segnale SOS non significa Save Our Souls né Save Our Ship. Il segnale SOS, lungi dall’essere un grido disperato racchiuso in un acronimo, è in realtà una delle più brillanti scelte tecniche nella storia della comunicazione: un codice pensato per essere semplice, inequivocabile e immediatamente riconoscibile. E forse è proprio questa la sua forza.
Vota e/o commenta questo articolo da qui Fai leggere questo articolo ad un tuo amico... Torna all'indice | Charles Lightoller: «Non credo di aver mai visto un mare così calmo.» Smith: «Piatto come una tavola. Non tira un filo di vento.» Charles Lightoller: «Sarà ancora più difficoltoso avvistare qualche iceberg, senza lo scrosciare delle onde contro le sue pareti.»
Frederick Fleet: «Iceberg! Dritto davanti a noi!» dal film Titanic di James Camerun |
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ABBIAMO OSPITI/MARKETING - C'è oro per te Articolo* di Giovanni Zezza, Autore Ospite de La Lampadina Qualche tempo fa stavo guardando la prima puntata di C’è Posta Per Te – che è parte del set dei miei guilty pleasure invernali, un po’ come Temptation Island l’estate. Tra una storia di corna e una di liti familiari insanabili (nemmeno nel programma mariano), in uno dei break parte una telepromozione con Giorgio Mastrota. Non ci sarebbe stato niente di particolarmente strano se si fosse trattato di materassi, pentole in acciaio inox e della bicicletta col cambio Shimano. Quello che mi ha colpito non era solo Mastrota: era l’inserzionista. Un compro-oro. Il messaggio della telepromozione era: entri con l’oro ed esci coi contanti. Questo tipo di comunicazione esiste da un po’. Però vederla lì, in prima serata, mi ha fatto alzare lo sguardo. Un po’ perché nella mia testa gli spot dei compro-oro sono li trovi su ReteCapri, non da Maria De Filippi. Ma soprattutto perché il compro-oro si porta addosso un’etichetta pesante: lo stigma della povertà. Compro-oro: tra stigma, crisi e urgenza - Vendere l’oro in Italia, infatti, non è mai stato un gesto neutro. Quando le cose vanno bene l’oro sta nei cassetti. Quando le cose vanno male, diventa il paracadute. E la gente non vende lingotti tenuti nascosti in casa. Vende simboli. La fede. Il regalo della comunione. Il gioiello ereditato. La collana “buona” che non metti mai ma conservi per “il momento giusto” – che spesso non arriva. L’oro “di famiglia” ha una dimensione emotiva prima ancora che economica: dentro ci sono memoria, tradizione, dignità. Per questo venderlo non è “ottimizzare” il budget familiare. È privarsi di qualcosa che vale anche per quello che rappresenta. E spesso significa una cosa molto semplice: hai un’urgenza. Vendere l’oro è scegliere di respirare, sapendo che qualcuno ti guarderà come uno che è in difficoltà. O che non ce la stai facendo. Se arrivi a quell’atto – e a tutto ciò che culturalmente significa – spesso vuol dire che hai già venduto tutto ciò che potevi vendere senza dolore.  E allora la domanda è: quando succede questo, se non nel momento di maggior bisogno? È infatti durante la crisi tra il 2008 e il 2013 – tra crolli, disoccupazione, famiglie che stringono tutto – che il fenomeno esplode. I compro-oro diventano un pezzo di paesaggio urbano: insegne ovunque, “PAGHIAMO SUBITO”, “MASSIMA VALUTAZIONE”, come se la città si fosse riempita di uscite di emergenza. In quegli anni milioni di italiani hanno venduto oro e preziosi. Il Censis nel 2012 parla di “prova di sopravvivenza”: famiglie che vendono oro come ultima difesa. Insomma: milioni di persone sono costrette ad affrontare lo stigma. Non perché lo stigma sparisca con la proliferazione di questi negozi, ma perché – in certe fasi – la necessità è più forte della vergogna. Destigmatizzare per crescere - Negli anni successivi i compro-oro provano a fare quello che fanno tutti i brand “scomodi”. Destigmatizzare. Normalizzare. Trasparenza, legalità, toni rassicuranti, negozi sempre più “puliti”, costruire use-case. Vendi l’oro e finanziati un viaggio. Vendi i gioielli usati per comprarne altri usati. Falla sembrare una scelta intelligente. Solo c’è un cortocircuito: quando provi a raccontarlo come “scelta intelligente”, secondo me suona falso. Perché tutti capiscono che – nella maggior parte dei casi – non è una scelta. Non a caso, come racconta chi lavora nel settore, chi entra in un compro-oro spesso sente il bisogno di giustificarsi. Di raccontare una storia. Di spiegare che è successo qualcosa. Come se senza una narrativa di forza maggiore, quel gesto fosse socialmente “indifendibile”. Perché lo stigma non riguarda come vendi. Riguarda cosa e perché vendi. E qui arriviamo al punto che, da marketer, mi interessa di più. Furbi, ambiziosi o… senza alternative? Siamo abituati a pubblicità che parlano a chi è in affanno economico, ma di solito ci mettono sopra una coperta emotiva. Una narrativa che salva la faccia del consumatore. Il discount non dice: “sei qui perché non hai soldi per andare da Esselunga”. Ti dice: “sei qui perché sei più furbo di chi spende il doppio per una pesca da Esselunga”. Il credito al consumo fa un lavoro simile a quello del compro-oro: promette liquidità veloce – stessi soldi “subito” – ma te la racconta come un progetto. Ristrutturazione, sogni, vita che migliora. Il prestito diventa una versione finanziaria del “te lo meriti”. Il compro-oro prova a fare lo stesso. Prova a vestirsi di storytelling. Ma ho la sensazione che non funzioni fino in fondo. Perché lo stigma gli strappa via il vestito ogni volta. Il discount ti fa sentire furbo. Il prestito ti fa sentire meritevole. Il compro-oro ti fa sentire… che non ci sono alternative. E infatti, alla fine, comunica una cosa sola: soldi adesso. In queste due parole c’è tutto il resto. Perché “soldi adesso” non è aspirazione. È urgenza. È gestione del presente. È bisogno di ossigeno. Dai materassi all’oro - Nel 2021 – in un contesto molto preciso post-COVID, con meccaniche che ricordano il 2008 (inflazione, costo della vita che sale) – Giorgio Mastrota diventa testimonial del compro-oro che ho visto l’altro sabato sera. Lo stesso Mastrota che per trent’anni ha venduto il sogno della casa perfetta, della vita più comoda, del materasso garantito a vita. Mastrota era il termometro del benessere piccolo-borghese italiano: se lui ti vendeva qualcosa, voleva dire che stavamo abbastanza bene da permetterci cose inutili ma piacevoli. Ora Mastrota vende liquidità. E non alle tre del mattino, non su una rete regionale: a C’è Posta Per Te.  C’è Posta rappresenta un’Italia precisa: divani popolati prevalentemente da un pubblico femminile, fortissima nel Sud e nelle Isole, fasce economiche e di istruzione medio-basse. È l’Italia del divano, non quella che scrolla LinkedIn. Quando un compro-oro pianifica quello slot – il più familiare, il più ambito della TV commerciale – sta dicendo una cosa semplice: ci sono abbastanza persone con un’urgenza abbastanza forte da rendere quel messaggio “da salotto”. Non stiamo parlando più di una nicchia emergenziale. Stiamo parlando di una situazione che è normalità. E forse è questo che mi ha disturbato davvero: il fatto che l’ossigeno per sopravvivere, oggi, lo vendiamo nello stesso slot dove una volta vendevamo sogni. Da What The Zez Vota e/o commenta questo articolo da qui Fai leggere questo articolo ad un tuo amico... Torna all'indice | «l bello dell'oro è che adora le brutte notizie.»
John Updike |
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LIBRI/GLI AMICI CONSIGLIANO: L’ora dei predatori Articolo di Carlotta Staderini Chiatante L’ora dei predatori – Il nuovo potere mondiale visto da vicino di Giuliano da Empoli pp. 128 Ed. Einaudi
Un libro breve, cinico, lucido ma soprattutto molto duro sullo stato del mondo e del potere nel mondo. “Sono politici spregiudicati e sono i titani della tecnologia, i “conquistadores” del digitale. Quasi ovunque hanno spazzato via la vecchia classe politica. Di fronte a loro, le elite tradizionali, un tempo forti di regole e istituzioni si ritrovano disorientate, incapaci di resistere. Non c’è dubbio è suonata l’era dei predatori”. I predatori hanno la capacità di generare shock continui. Hanno capito come sfruttare il nuovo ordine globale e ilcaos non è un problema, è la regola. L’ora dei predatori non conosce dubbi né sfumature. Velocità, azione, imprevedibilità, immaterialità, questi i connotati dei nuovi predatori della politica e della tecnologia. Con i conquistadores del digitale scopriamo che le piattaforme su cui si è spostata gran parte della vita politica delle nazioni, sono s pesso prive di norme e diritti nei confronti dei consumatori e il potere di queste piattaforme altera profondamente il funzionamento delle democrazie. L’IA avrebbe dovuto svilupparsi sotto il controllo dei governi come avviene per le tecnologie militari o armi atomiche mentre invece l’IA si dispiega incontrollata nelle mani di aziende private come fossero degli “Stati- nazione”. L’Autore racconta che Henry Kissinger capì subito che l’IA non poteva essere considerata una faccenda tecnica ma era una questione politica. Kissinger osserva che «la conoscenza umana perde il suo carattere personale, gli individui si trasformano in dati e i dati diventano preponderanti». L’IA non è un accelleratore di potere ma una nuova forma di potere. Se l’automazione riguardava i mezzi, l’IA si interessa ai fini; stabilisce i propri obiettivi e sviluppa una capacità che si pensava essere appannaggio degli esseri umani. Emette giudizi strategici sul futuro. «Con l’intelligenza artificiale siamo passati dall’essere dei programmatori di computer a programmatori di comportamenti umani». Il nostro futuro è assolutamente imprevedibile. Ancorchè oggi si abbiano informazioni infinite, rispetto all’epoca dei nostri padri, siamo sempre meno in grado di prevedere e pianificare per noi stessi e per i nostri discendenti; questo sembra essere un lusso di altri tempi, tempi il cui “adesso” durava di più. Noi non sappiamo in che mondo ci sveglieremo domattina. L’Autore ci spiega che l’IA promette un nuovo ordine ed un'armonia ristabilita. Una società governata razionalmente sulla base di dati. L’algoritmo deciderà e noi non potremo intervenire ma solo avere fede. La politica non è più competizione di idee ma una competizione tra predatori, simile ad una serie televisiva. Altro che arte di governo!. Qualche giorno fa un giornalista ha paragonato il Presidente di un importante stato della scacchiera mondiale ad un Tirannosauro, per la precisione un tyrannosaurus rex. L’immagine di questo bipede carnivoro vissuto nell’America settentrionale 65 milioni di anni fa mi è sembrata proprio azzeccata; mi ha divertito e mi è tornato un po' di buon umore. Interessanti e sorprendenti i riferimenti dell’autore al contenuto del libri di Kafka Il Processo, dove ne' i giudici ne' l’imputato capiscono cosa stia succedendo tuttavia gli eventi seguono inesorabilmente il loro corso. E sempre di Kafka Il Castello dove il protagonista cerca senza mai riuscirvi di accedere al centro di potere che controlla il suo destino e quando telefona sente solo una voce severa che si rifiuta di fornirgli spiegazioni. Accostamenti agli effetti dell’IA. Il Castello si estende a nuovi spazi. Potremo vedere avvocati e medici doversi attenere alle istruzioni dell’IA e dover giustificare qualsiasi comportamento deviante decideranno di adottare. Secondo l’Autore l’ora dei predatori non sembra essere una metafora ma una diagnosi. Un libro da leggere velocemente come un tweet. Per metabolizzare ci vorrà un po' di più. P.S. quello che colpisce in questo libro sono in particolare le note al testo, vaste ed interessanti. Buona lettura Vota e/o commenta questo articolo da qui Fai leggere questo articolo ad un tuo amico... Torna all'indice | «Credo non esista predatore come l'essere umano.» Robert Rodriguez |
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COSTUME - Ingerenze Articolo di Lalli Theodoli Sappiamo, purtroppo con quanta difficolta noi persone “adulte (!!!)” abbiamo preso coscienza e contatto con la tecnologia che ora si impone ovunque. Si rompe la lavatrice? Non si apre l’oblò? Prima di chiamare il tecnico chiediamo su internet cosa dobbiamo fare. La risposta è un consiglio pratico che funziona. Mettere un filo tutto intorno e spingere. Risolto! Fin qui non possiamo che felicitarci per come la moderna comunicazione ci aiuti a trovare soluzioni veloci ed economiche. Meno bene, per esempio, con la banca. Si è bloccato il bancomat. L’interlocutore risponde dalla Romania. Mi fa intervenire sul telefonino. Si capisce poco di quello che dice ma anche lui sembra non aver assolutamente capito cosa io stia domandando. Dopo un’ora e mezzo siamo da capo a dodici. Non si è risolto nulla. Si dichiara molto dispiaciuto del totale insuccesso. Mi suggerisce di rivolgermi alla banca. Ma era la banca che mi aveva suggerito di rivolgermi a loro. Ci salutiamo avviliti. Pochi minuti dopo un messaggio: ”Vi dispiace rispondere ad un breve sondaggio?” Aderisco. “Da 1 a 10 quanto è soddisfatto dell’intervento?" "Da 1 a 10 come giudica l’operatore?" "Da 1 a 10 ci consiglierebbe ad altri clienti?” Sono troppo educata alla vecchia maniera per rispondere come vorrei.
Inoltre Usiamo, ahimè, Whatsapp per tutto, persino per mandare messaggi di condoglianze, ma, da un po' di tempo, è comparso autonomamente sulla schermata un tondino, che si chiama Meta, e che non si riesce in alcun modo a levare. Levarlo, perché mai? Perché se scrivo ad una mia amica che si chiama Violetta subito lui interviene e commenta «Che nome originale!» Cerco sulla rubrica il numero di Fabrizia e subito di nuovo interviene. «Conosco un attore di cognome Fabrizi. Molto noto e popolare.» Ma chi ha chiesto nulla? Ma che vuole? Cancellarlo è impossibile nonostante le istruzioni per farlo che compaiono su Whatsapp. Evidentemente non sono la sola a volermene liberare. Giorni fa è intervenuta un'applicazione non richiesta che letteralmente mi impediva di sc rivere quello che volevo e di stampare come volevo. L'implacabile AI o Intelligenza Artificiale si immetteva di continuo: «Il documento è troppo lungo ne faccio un sunto.» Al mio rifiuto si bloccava tutto. Impossibile stampare a modo mio, chiudere e passare ad altro senza staccare completamente il PC. Con tutto il dovuto rispetto per AI, la geniale Intelligenza Artificiale potrei per favore avere libero accesso alla mia SN? La mia vecchia e collaudata Stupidaggine Naturale? Vota e/o commenta questo articolo da qui Fai leggere questo articolo ad un tuo amico... Torna all'indice | FLASH NEWS! Un po' qua, un po' là... News dal mondo del commercio - Walmart leader di negozi in USA ha rafforzato la sua struttura commerciale con un accordo per fare acquisti via ChatGPT, la sfida? consegna in tre ore dall’ordine. Chanteclair è leader del mondo degli sgrassatori, appartiene al gruppo taliano Desa: quest’anno solo in Cina ha sfondato vendendo prodotti per 80 milioni.
* Day Zero! - Nel settore della crisi idrica, incontriamo sempre più spesso il concetto di Day Zero, cioè il giorno in cui una città non riesce più a garantire acqua dai rubinetti. Le due città più a rischio sono: Teheran, con 10 milioni di abitanti ha un bacino che è già prosciugato, un altro ha meno dell’8% di capacità, e la diga di Amir Kabir ha solo due settimane di riserva. Si pensa a possibile razionamento e persino all'ipotesi di evacuazione della capitale. Giacarta, oggi la megalopoli più popolosa, sprofonda per il consumo eccessivo di falde nel sottosuolo: entro il 2050 un terzo della città rischia di sprofondare, anche qui l’ipotesi di spostare la capitale molto più a nord.
*** APPUNTAMENTI DELL'ASSOCIAZIONE LA LAMPADINA:::PERIODICHE ILLUMINAZIONI Ecco i prossimi appuntamenti dedicati ai Soci de La Lampadina. ******** Lunedì 23 febbraio 2026 - 10.30 I SOTTERRANEI DELL'OSPEDALE DI SAN GIOVANNI  Visita guidata con apertura straordinaria sotto l'ospedale San Giovanni, un quartiere sotterraneo dove passeggeremo tra resti di domus e cortili risalenti al I-IV secolo d.C. Qui si trovavano antiche abitazioni appartenute a personaggi illustri, come Annio Vero, nonno dell’imperatore Marco Aurelio, e Licinio Sura, amico dell’imperatore Traiano ed esperto idraulico. Vedremo mosaici, pavimenti in marmi policromi e le straordinarie condotte idrauliche in piombo e cocciopesto, testimonianza dell’avanzato sistema di approvvigionamento idrico dell’epoca. Scopriremo anche un’ampia vasca-cisterna, al cui interno furono rinvenute alcune delle vittime della peste del 1348. ******************** Martedì 03 marzo 2026 - ore 15.00 Palazzo Barberini BERNINI E I BARBERINI Questa visita è SOLD OUT 
Ha aperto il 12 febbraio alle Gallerie Nazionali di Arte Antica nelle sale di Palazzo Barberini la grande mostra a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi: un’indagine sul rapporto straordinario tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini, suo primo e più decisivo committente, eletto pontefice nel 1623 con il nome di Urbano VIII. La mostra offrirà un’occasione inedita per ripensare la nascita del Barocco attraverso la lente privilegiata del dialogo artistico, politico e personale tra Bernini e Papa Urbano VIII, figure chiave nell’affermazione del linguaggio barocco. L’esposizione si colloca, in coincidenza con il quattrocentesimo anniversario della consacrazione della nuova Basilica di San Pietro (1626), uno dei momenti più alti del Barocco romano e dell’attività berniniana. Ci accompagna Alessandra Mezzasalma Questa visita è sold out, stiamo preparando un'altra visita in altra data. ******************** Lunedì 09 marzo 2026 - ore 11.10 Ara Pacis IMPRESSIONISMO E OLTRE. Capolavori del Detroit Institute of Arts 
Con Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts, Roma accoglie un nucleo di opere che raramente lascia gli Stati Uniti, un viaggio attraverso cinquant’anni di creatività europea che riunisce i protagonisti della modernità. Una mostra che non solo restituisce la ricchezza delle collezioni americane, ma ricostruisce l’intreccio di visioni, sperimentazioni e rivoluzioni che hanno definito la pittura tra Ottocento e Novecento europeo. In mostra i pionieri dell’impressionismo Degas e Renoir, i protagonisti delle avanguardie parigine Matisse e Picasso, passando per le innovazioni di Van Gogh e infine arrivando agli sperimentatori dell’arte tedesca come Kandinsky e Beckmann. Ci accompagna Alessandra Mezzasalma ********************* Venerdì 20 marzo 2026 - ore 16.30 IPOGEO DI VIA DINO COMPAGNI 
La Pontificia Commissione di Archeologia Sacra offre la straordinaria opportunità di visitare uno dei luoghi più suggestivi della Roma sotterranea cristiana: l'ipogeo anonimo di via Dino Compagni, chiuso al pubblico per attività di restauro. Ubicato sulla via Latina, l'ipogeo rappresenta uno dei monumenti più celebri della Roma tardoantica, non solo per la varietà architettonica degli ambienti ma, specialmente, per la sua straordinaria decorazione pittorica (oltre 100 affreschi), così da meritarsi l'appellativo di "pinacoteca del IV secolo", se si recupera la definizione coniata da padre Antonio Ferrua per la editio princeps del monumento. L'ipogeo era destinato a una ristretta cerchia di famiglie facoltose della Roma del IV secolo, i cui componenti non erano ancora tutti cristiani, da cui la singolare presenza di alcuni cubicoli con cicli pagani entro una serie di vani con soggetti cristiani. Un cospicuo numero di temi biblici costituiscono, ancora oggi, delle rappresentazioni uniche nel panorama funerario e nell'intera iconografia cristiana. ********************** 11-16 aprile 2026 BAKU E OLTRE  Siamo desiderosi di addentrarci in una cultura e in una regione territorialmente non così lontana, e ancora non vittima di overturism, l'Azerbaijan, ex repubblica sovietica dal 1991. Il periodo previsto è la seconda metà di aprile, visiteremo Baku, e ci sposteremo nella riserva di Gobustan, sito patrimonio dell'Unesco, dove vedremo pittura rupestre e vulcani di fango, ci sposteremo verso Shamakhi, misteriosa e antica capitale dell'Azerbaijan, e andremo a Lahij, centro nevralgico della Via della seta quando i mercanti viaggiavano da est a ovest attraverso la cittadina e poi molto altro si aggiungerà alla nostra esplorazione. ***************** 14-16 maggio 2026 RAVENNA, POMPOSA, COMACCHIO E CHIOGGIA

Un giro che inizia a Ravenna, città che ospita 5 luoghi patrimonio Unesco di grande bellezza e spiritualità: la basilica di San Vitale, il Mausoleo di Galla placidia, con i suoi mosaici blu cobalto, Sant’Apollinare Nuovo e il Battistero neoniamo e la cripta di San Francesco, allagata per fenomeni di subsidenza. Risaliremo poi per la via Romea a Comacchio con le valli del delta del Po, con le saline e il Museo Archeologico. Continueremo verso l’estremità meridionale della laguna veneta, raggiungendo prima la splendida e nascosta abbazia di Pomposa, vicino a Codigoro e poi Chioggia, con le sue calli e i cuoi canali, e concluderemo con la villa veneta Pisani Scalabrin, per poi ripartire da Ferrara alla volta di Roma. Per info sull'Associazione e/o prenotazioni, scriveteci a appuntamenti@lalampadina.net |
*** E ANCORA FLASH NEWS!
Sì
viaggiare... - La formula viaggi
in comitiva è tornata in gande auge. La Travel
Tech Company è tra i principali operatori
in Italia di viaggi di gruppo, il 2025 è stato
un anno di forte crescita con un fatturato
previsto di 70 milioni. Una altra società,
la Sivola è nata a Trani solo nel 2019 in
6 anni è cresciuta a dismisura ha oggi 30
dipendenti e ha 300 collaboratori.
* Mary Shelley a Livorno - Livorno celebra Mary Shelley con un murale di D*Face, parte di un progetto creativo che intreccia memoria letteraria e arte contemporanea.
*** WE LOVE ROMA Gli alberghi a 5***** di Lucilla Laureti Crainz Siamo a Roma e gran fermento nel settore alberghiero di lusso, ultimamente è la città più ambita dalle grosse società immobiliari e i ben informati dicono che è la seconda subito dopo Londra. Nel 2025 hanno aperto Bulgari a piazza Augusto imperatore con ristorante dello chef Niko Romito. Lì vicino in via Ripetta dopo molti anni e con Alain Ducasse in cucina ha inaugurato Romeo con lo zampino di Zaha Hadid… e la lista non finisce qui, se ci spostiamo verso piazza San silvestro si aprirà presto l’albergo della catena Four Season, si è anche inaugurato Nobu in via Veneto e la strada è stata chiusa per l’intera giornata, con l’arrivo per l’occasione del socio del famoso cuoco giapponese, Robert De Niro. Siamo stati al Grand Hotel dove si vende la pasticceria di Gualtiero Marchesi e dove la cena di capodanno costava solo 800 € ma erano compresi i vini.
L’anno del Giubileo è stato un bel
successo anche grazie ad una stampa
internazionale favorevole e la creazione
di un’app multi lingua Julia,
Your personal assistant in Rome,
agente virtuale che utilizza l’intelligenza
artificiale, creata dal Comune...
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aleggere sul sito...
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*** CINEMA ILLUMINATO Articolo di Pucci Rastrelli Biffi Iniziamo questa nuova rubrica di consigli cinematografici! Recentemente, mi è piaciuto I colori del tempo (titolo originale La venue de l’avenir) di Cedric Kapisch del 2025. Il film riassume il meglio del cinema francese per pittura e fotografia (ça va sans dire), e inizia raccontando di una casa, piena di reliquie del passato, da dividere fra quattro ignari eredi. La casa dovrebbe lasciare il posto a un parcheggio, ecologico naturalmente, per un nuovo centro commerciale. La storia ci presenta la protagonista, Adele, quando lascia la sua vita di campagna per andare a Parigi a scoprire una “verità“.
La Parigi del film è “finta”, da
cartolina, resa in maniera molto
ingenua e incanta per la sua semplicità...
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MOSTRE Ecco le segnalazioni di Marguerite de Merode Centro della fotografia Roma/Mattatoio Irvin Penn: PHOTOGRAPHS 1939 – 2007 Nel bellissimo spazio dedicato alla fotografia si presenta “una selezione di 109 stampe provenienti dalla prestigiosa collezione della Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, realizzate tra il 1939 e il 2007. La collezione della MEP è il risultato di un lungo rapporto di collaborazione con l’artista e, negli anni più recenti, di un dialogo continuo con la Irving Penn Foundation, istituzione fondata dallo stesso Irving Penn per preservare e promuovere il suo lascito artistico.” Penn è uno dei grandi fotografo del Novecento: famoso e influente, ma allo stesso tempo riservato. Pur lavorando a lungo per Vogue, visse lontano dalla notorietà e contribuì a trasformare la fotografia in una vera forma d’arte, ampliandone le possibilità creative. Centro della fotografia Roma/Mattatoio: Silvia Camporesi. C’è un tempo, c’è un luogo. Nel nuovo spazio del Macro Testaccio dedicato alla fotografia, viene esposto il lavoro di Silvia Camporesi. Questo spazio è uno dei principali progetti del piano di rigenerazione dell’ex Mattatoio di Testaccio, destinato a diventare la nuova “Città delle Arti”. Con questa mostra l’artista ci rivela: “Siamo entrati oggi nell'epoca della pervasività delle immagini fotografiche. Ci sono piú immagini che cose, piú schermi che sguardi. La fotografia non è morta: si è dissolta nei suoi infiniti travestimenti.” Fino al 29 giugno 2026 
MAXXI: Roma nel mondo a cura di Ricky Burdett La mostra compie innanzitutto un cambiamento di prospettiva. Roma non è più guardata solo attraverso la sua storia, ma osservata dall’esterno, mettendola a confronto con altre grandi città del mondo come Parigi, Londra, Berlino, New York, Pechino, Lagos, Tokyo, Mumbai e San Paolo. Non si tratta di una gara o di una classifica, ma di un modo per metterle in relazione tra loro e capirne le strutture. Da vedere in due volte per poter apprezzare l’incredibile ricchezza di questa mostra. Secondo me, da non perdere Fino al 06 Aprile 2026 
La fiera d’arte contemporanea Paris Internationale arriva a Milano. La prima edizione è a Palazzo Galbani L’esordio internazionale di “Paris Internationale” si terrà a Milano nell’aprile 2026, in concomitanza con l’Art Week, all’interno di un edificio modernista degli Anni Cinquanta legato a Pier Luigi Nervi. La prima edizione milanese proporrà un formato intimo e selettivo, con 35 gallerie internazionali scelte per la qualità e il rigore dei programmi. Oltre alle mostre, l’evento includerà talk ed eventi dedicati alla valorizzazione dell’arte contemporanea. Dal 18 al 21 aprile 2026 Galleria Borghese: Zanabazar. Dalla Mongolia al Barocco globale Per la prima volta alla Galleria Borghese si crea un interessante confronto tra Il barocco europeo e quello orientale, con una mostra dell’artista mongolo Zanabazar vissuto nel XVII Secolo. L’artista, venerato come reincarnazione di uno dei cinquecento discepoli originari del Buddha, eserciterà nella sua area un’influenza profonda e duratura sulla vita spirituale e culturale del suo paese. Saranno presentate due opere solo, di cui una raffinata Tara verde e di un autoritratto-scultura in bronzo che raffigura lo stesso Zanabazar seduto in trono. Ma è un eccezionale occasione visto che è la prima volta che opere di questo artista raggiungono l’Europa e permettono di realizzare un tale confronto. Fino al 13 luglio 2026 |
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