ABBIAMO OSPITI – CINEMA: Da Caccioppoli a Leopardi: percorso insolito di un regista napoletano un po’ masochista.

Articolo di Giuseppe Fabbri – Autore Ospite de La Lampadina

Quando nell’ormai lontano 1992 Mario Martone si presentò al pubblico con il suo primo film Morte di un matematico napoletano  io ero un ingegnere, dirigente d’azienda, non ancora cinquantenne, non napoletano ma con una lunga parte dell’adolescenza vissuta a Napoli. In quella città da ragazzo avevo cresciuto dentro di me una fortissima ammirazione, quasi fanatica, per il geniale matematico napoletano di cui parla Martone nel film sopra citato e che si chiamava Renato Caccioppoli. Professore di Analisi Matematica all’Università di Napoli morto suicida nel 1959 quando io ero ancora un liceale sedicenne che  non l’aveva mai visto in faccia e, men che meno, aveva assistito a una sua lezione. Ma per i giovani, si sa, i miti nascono e crescono sull’onda della suggestione e della fantasia. E Caccioppoli di elementi per alimentare processi di mitizzazione ne aveva tanti. Nipote dell’anarchico Bakunin, bello come un attore francese, tenebroso, comunista quando il Paese era fascista, stravagante, sporco e malvestito come il tenente Colombo di Peter Falk, perennemente ubriaco anche quando partoriva brillanti intuizioni matematiche. Insomma la quintessenza del genio e della sregolatezza. In una città come Napoli poi, dove già il clima meraviglioso sembra fomentare gli entusiasmi e gli amori passionali, Caccioppoli era venerato come Vinicio o Jeppson perché dava, a modo suo, fama e reputazione alla città in ambito nazionale e internazionale.
La differenza fra il matematico e i due calciatori suddetti era che questi ultimi erano noti a tutti mentre il primo era noto solo a una ristretta cerchia di intellettuali che costituivano l’intellighentia napoletana dell’epoca oltre a qualche uomo della strada, nel quartiere Chiaia dove viveva, che casualmente aveva assistito a qualche sua stravaganza tipo quella di uscire di casa con un gallo al guinzaglio per beffarsi dell’antipatia di Achille Starace verso tutti i cittadini maschi che si mostrassero in pubblico con cani di piccola taglia al laccio.

Alla fine del 1959 lasciai Napoli per trasferirmi a Roma città nella quale terminai il Liceo e subito mi accorsi che la notorietà di Caccioppoli nella Capitale era quasi nulla. Non dico che mi dimenticai di lui, quindi, ma certamente egli perse punti nella scala dei miei affetti non tanto per incostanza quanto per mancanza di occasioni, di citazioni, di celebrazioni e quant’altro riferibile al personaggio. A parte brevi riviviscenze nei primi anni sessanta quando frequentavo il biennio di ingegneria ed ero quindi alle prese con due esami di Analisi Matematica la cortina del silenzio cadde su Renato Caccioppoli destinata a durare un tempo indeterminato.

Improvvisamente trenta anni dopo salta fuori Mario Martone con il suo film. Nel mio cuore il ritorno di fiamma fu come un lampo ma, attorno a me, la gente si chiedeva chi fosse questo matematico napoletano sempre che non si trattasse di un soggetto di pura fantasia. Attesi alcuni giorni con impazienza l’occasione per vedere il film e quando finalmente mi fu possibile, ovviamente di sabato pomeriggio, mi ritrovai in una sala semivuota.
Quando ne venni fuori a fine spettacolo ero decisamente alterato. Ce l’avevo con questo regista e sceneggiatore esordiente e la sua co-sceneggiatrice Fabrizia Ramondino che si erano limitati a narrare gli ultimi sette giorni di vita di questo personaggio così difficile pretendendo di farlo conoscere al pubblico attraverso qualche veloce fotogramma su avvenimenti in genere insignificanti e perlopiù  inessenziali. E il pubblico nelle intenzioni di Martone avrebbe dovuto capire con un film muto fatto di lunghe carrellate su una Napoli irreale come Caccioppoli fosse arrivato alla decisione tragica e finale del suicidio. Pura utopia. Persino quella che nell’accezione comune viene considerata una delle cause preponderanti (da me non condivisa) e cioè il fatto che la moglie Sara Mancuso, molto più giovane di lui che egli aveva conosciuto diciottenne ai tempi della visita di Hitler a Napoli nel 1938, l’avesse lasciato per il noto dirigente del PCI Mario Alicata viene pasticciata introducendo una moglie di fantasia di nome Anna che, rimasta “incinta di un altro” decide di abortire.

Col passare degli anni la mia critica di Martone è diventata più mansueta: il film resta brutto ma la bruttezza è conseguenza del fatto che il regista ha tentato l’impossibile e cioè affrontare il grande pubblico parlando di un genio pressoché sconosciuto che si occupava di una materia di cui fruiscono pochi. Gli errori restano: il film quasi muto, l’affollamento di personaggi non presentati da nessun antefatto e che lo spettatore stenta a identificare e soprattutto l’assenza di flashback che avrebbero permesso di conoscere un Caccioppoli più colorito e colorato che il grande pubblico avrebbe certamente capito meglio ma questi errori sfumano in una velleità superiore che ha dirottato il regista su una strada senza uscita.

Passano altri vent’anni, anzi ventidue per l’esattezza e Martone ci riprova. Questa volta sembra più saggio. Ha imparato la lezione, niente più personaggi semi sconosciuti come Caccioppoli o settori difficili e antipatici come la matematica. Ora si dedica alla Poesia quella con la P maiuscola che è amata da tutti. Chi non ama la Poesia? E come personaggio punta in alto, tra le vette più alte del Karakorum della Letteratura Italiana: Giacomo Leopardi. Nasce così Il giovane Favoloso.

Quando sono venuto a conoscenza della nuova performance di Martone dato il mio amore per Leopardi quasi superiore a quello per Caccioppoli, ho istintivamente pensato che egli mi avesse spiato nell’anima.  Se così fosse c’è da dire che non mi ha chiesto un parere. Se l’avesse fatto gli avrei perlomeno messo una pulce nell’orecchio. Cosa ci può essere nella vita di un Leopardi infatti da meritare un grande schermo? Niente. Malato, infelice, solo, casto e morto giovanissimo. Sono forse semplicistico? Forse. Comunque lasciatemi dire che il rischio di ripetere gli errori del matematico napoletano erano evidenti anche agli occhi di un principiante.
E infatti Martone ci ripropone gli stessi  lunghi silenzi e le stesse carrellate sui paesaggi che ora sono ambientate a Recanati invece che a Napoli. Certo, di un poeta ci sono le poesie! In mancanza d’altro possiamo sempre ricorrere a quelle anche se non serve il grande schermo. Ma anche lì Martone riesce a sbagliare. Con tante meraviglie che Leopardi ci ha lasciato Martone sceglie la Ginestra che è forse la poesia di Leopardi più difficile e concettosa nonché quella col verso meno armonioso tra tutte quelle dei Canti.  Se il cinema deve essere spettacolo, dinamica, movimento, pathos, con Il giovane favoloso il sonno è assicurato. Dico questo nonostante la bravura di Elio Germano che fa miracoli nel ruolo del grande poeta.  Ma anche Carlo Cecchi era stato molto bravo nel ruolo di Caccioppoli eppure non salvò il film. Cosa fa il regista invece da parte sua? Ci butta dentro un’improbabile iniziazione sessuale del Leopardi in un bordello, oltretutto deturpata da immagini oniriche che può solo far precipitare il film nel ridicolo. Improbabili sono anche le figure di Antonio Ranieri e Fanny Targioni Tozzetti che vengono modernizzate in maniera arbitraria e poco convincente. In definitiva dopo 137 minuti di spettacolo lo spettatore non può non ritornare col pensiero ai pochi minuti di quell’ineffabile spot televisivo del 2009 in cui la Regione Marche affidò a Dustin Hoffmann con la regia di Giampiero Solari la sua pubblicità. Dustin Hoffmann recitava appunto L’Infinito di Leopardi sapientemente guidato su immagini di sfondo marchigiane. Risultato: infinitamente meglio!

Dopodiché so già che mi direte: ma come? E allora le 14 nominations del film? E mi toccherà rispondervi: ma quelle sono le balle del business, bellezze! Che hanno poco a che fare con l’Arte.

 

4 commenti per “ABBIAMO OSPITI – CINEMA: Da Caccioppoli a Leopardi: percorso insolito di un regista napoletano un po’ masochista.

  1. Stefano Gentile
    24 Giugno 2015 at 16:57

    Beh Giuseppe bellissimo racconto !!! Due notazioni, una positiva una negativa. La prima è che hai sintetizzato così bene (e con dovizia di osservazioni) il film su Leopardi che non avendolo visto certo non lo inseguirò nelle sale e forse neanche in TV. La seconda è che non ti perdono un “quant’altro” infilato all’inizio dell’articolo e mutuato dal politichese che fa il paio con la “zoccolo duro” con “detto questo” ed altre interlocuzioni da talk show! Infine se posso esprimermi, ma perchè per pubblicizzare le Marche abbiamo dovuto fare ricorso a Dustin Hoffmann (con la sua pronuncia insopportabile)? Come Banderas con la gallina? O Kostner con il tonno?
    Ti abbraccio
    Stefano

    • giuseppe fabbri
      25 Giugno 2015 at 10:14

      caro Stefano, sul quant’altro hai ragione! e dire che non è certo una mia locuzione abituale! è stata una svista, una distrazione, una debolezza di un minuto o quant’altro….
      su Dustin Hoffmann non sono d’accordo, secondo me è un capolavoro che fa coppia solo col Burt Lancaster gattopardo di Visconti.
      ricambio l’abbraccio.

  2. claudia volpini
    22 Giugno 2015 at 10:03

    Bravo Giuseppe,
    condivido la tua critica per i due film
    Aggiungo che De Crescenzo, da qualche parte dice che si iscritto a ingegneria propio perchè ha sentito una lezione del prof Cacciopoli
    A presto
    Claudia

    • giuseppe fabbri
      25 Giugno 2015 at 10:20

      cara Claudia, grazie della tua attenzione che non merito. su De Crescenzo io sapevo che era stato addirittura bocciato da Caccioppoli. se questo fu conseguente a un suo precedente innamoramento….mal gliene incolse!
      ciao. a presto.

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