La Lampadina/Libri – I fiori blu

Daniela Matronola, affermata scrittrice e traduttrice nonchè colonna portante del circolo di Lettura “Un Mercoledì da Lettori”, commenta l’opera di Queneau.
Buona lettura

I Fiori Blu
Raymond Queneau (1965)
nella traduzione di Italo Calvino (Einaudi 1967)

I Fiori Blu è un libro singolare, ma quale libro di Raymond Queneau non lo è?
Ha l’andamento della favola, della filastrocca, del poema cavalleresco di sapore medievale, ed è, in piena temperie novecentesca, un caleidoscopio situazionale e linguistico. È un forziere di prosa mirabolante in cui spiccano due personaggi fondamentali, il Duca d’Auge, nobile alla moda, e col suo devoto paggio, pure di nobili natali, Mouscaillot, e rispettivi destrieri: Sten detto anche Demò (nome completo: Demostene) e Stef (Stéphane), cavalli parlanti; e il suo contro-personaggio, Cidrolin, sognato dal Duca d’Auge fin dai propri giorni e stranamente raggiunto con salti temporali di 175 anni in 175 anni che permettono al Duca di raggiungere questa specie di eroe rabelaisiano, pachiderma contemporaneo, nel 1964. Dunque ritroviamo un assetto alla Don Quixote da un lato e dall’altro il naufragio dell’uomo moderno non privo di tagliente ironia come già nella mini tradizione novecentesca attivata da Joyce e Eliot.

L’azione parte nel settembre 1264 quando Notre Dame è in costruzione – ciò spinge il Duca d’Auge e Mouscaillot a cavalcare fino a Parigi, e qui troviamo anche un elemento, “Qui il fango è fatto dei nostri fiori”, dice il duca d’Auge – “…dei nostri fiori blu…”, ribatte Sten (i fiori del titolo), che troviamo anche in De André: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

C’è movimento, c’è l’erranza, il viaggio fisico e interiore, e poi l’immobilismo flaccido contemporaneo.
Ma il dato più curioso e attraente, oltre all’antitempo, è l’uso del cosiddetto europeo vernacolare o neo-babelico. Italo Calvino nel tradurre il testo ammette d’aver tribolato e goduto nell’impresa di rendere questo testo mobile, spumeggiante, pieno

d’ironia e humour, e linguisticamente composito, quasi provocatorio. Proprio come per Calvino è stato arduo e attraente tradurlo, così leggerlo è seducente come una sfida impossibile ma irrinunciabile: questo libro è un guanto lanciato sotto il naso diffidente di noi lettori: e noi come Calvino non possiamo rinunciare a raccoglierlo.

La chiave per comprendere la natura profonda del testo è posta in epigrafe dallo stesso Queneau ed è tratta da Platone: ”ὅíáñ ἀíôὶ ὀíåßñáôïò” (“il sogno in cambio del sogno”): aveva ragione Pedro Calderón de la Barca, La vida es sueño.

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