Le mostre digitali

Fantastico quel piccolo libro di Francesco Bonami, “Dopotutto non è brutto ” quando parla delle mostre impossibili. Ci dice il Bonami: “Il futuro delle mostre sarà digitale.” Perbacco! Dopo l’esposizione digitale dedicata a Raffaello, quella su Caravaggio, Michelangelo, digitalizzeremo anche Van Gogh e poi Cezanne.

Le mostre digitali si chiamano “mostre impossibili”, per il semplice motivo che raccolgono le immagini delle opere, non le opere vere, che mai potrebbero essere viste tutte insieme in un’unica mostra. La mostra impossibile quindi è una contraffazione dell”esperienza originale, c’è poco da fare. Presentarla come una vera mostra è poco serio. Scoprire su un libro di storia dell’arte “Las Meninas”, il capolavoro del pittore spagnolo Velasquez, e fare di tutto per vederlo dal vero al museo del Prado, può essere un’esperienza entusiasmante nella vita. Vederselo servire a domicilio, in versione digitale, può rendere la vita certamente comoda ma anche estremamente noiosa. C’è chi dice che grazie alla digitazione, ha potuto scoprire molti dettagli delle opere di Raffaello che non conosceva. Ma sappiamo bene che nell’arte come nell’amore, è l’emozione generale che trasforma l’individuo, non il dettaglio. La foto dell’innamorata è meglio che niente, ma è comunque sempre più vicina al niente. Figuriamoci l’ingrandimento del foruncolo dell’innamorata. Il piacere di capire la rarità di un’opera d’arte è oggi stato sostituito dalla Rai-tà dell’esperienza umana. Se qualcuno parla di un Raffaello in televisione, allora il dipinto in questione diventa reale, qualcosa che va conosciuto. Un Raffaello Carrà. Il problema è che dopo averlo visto in TV, quando ammiriamo un Caravaggio in una chiesa ci eccitiamo come se avessimo incontrato George Clooney al ristorante, ma se fosse solo per il Caravaggio del libro di storia dell’arte, non faremmo neanche il viaggio.

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