STORIA – Un mondo finito: l’isola di Hashima in Giappone

A prima vista sembra una nave da guerra in mezzo al mare, il suo soprannome è Gunkanjima, “l’isola‑corazzata”.
Hashima è un grande scoglio lungo 480 metri e largo appena 150, che nel corso del Novecento è diventato uno dei luoghi più densamente popolati del pianeta, si trova a 18 chilometri da Nagasaki, nel sud del Giappone.
La prima volta che ho saputo della sua esistenza, perché l’avevo visto al cinema, in un film di James Bond, pensavo fosse un set costruito per una scena di guerra. Poi qualche giorno fa un servizio televisivo l’ha mostrata come simbolo inquietante di ciò che potrebbe restare del nostro mondo se l’umanità scomparisse: in soli trentacinque anni e come la natura si riprenderebbe tutto.
L’interesse per Hashima dalle aziende giapponesi iniziò intorno al 1810, quando nel sottosuolo vennero individuati ricchi giacimenti di carbone. Solo nel 1887 si avviarono i primi progetti di estrazione e nel 1890 la Mitsubishi acquistò l’isola, con un obiettivo preciso: fornire energia alla città di Nagasaki, allora in piena espansione.
Per far funzionare la miniera servivano centinaia di lavoratori. L’isola venne quindi ampliata artificialmente in sei fasi, fino ad assumere la forma compatta e murata che conosciamo oggi. Sorsero condomìni, scuole, negozi, templi, un ospedale, un cinema, una palestra, perfino un campo da baseball e una “casa chiusa”. Una città completa, compressa in 0,063 km².
Durante la Seconda guerra mondiale Hashima divenne un campo di lavoro forzato. Prigionieri cinesi e coreani furono costretti a lavorare nelle gallerie al posto dei minatori giapponesi richiamati al fronte. Le condizioni erano durissime e molti non sopravvissero. Guarda su Netflix The Battleship Island (titolo originale: 군함도 / Gunhamdo), un film sudcoreano del 2017).
Negli anni Cinquanta la miniera tornò a pieno regime. Nel 1959 l’isola raggiunse il suo record: oltre 5.000 abitanti, pari a 1.391 persone per ettaro, una delle densità più alte, al mondo, mai registrate.

La parte nord‑ovest era residenziale, con edifici di più piani; la parte sud‑est ospitava l’impianto minerario, con gallerie che scendevano oltre un chilometro sotto il livello del mare. Si stima che più di 200 minatori abbiano perso la vita nel corso degli anni.
Le abitazioni erano assegnate secondo una rigida gerarchia sociale, i minatori celibi monolocali essenziali, i minatori con famiglia bilocali con servizi condivisi, personale tecnico e insegnanti bilocali con cucina e bagno privati, dirigenti appartamenti più ampi e indipendenti.
Nel 1916 era stato costruito anche il primo condominio in cemento armato del Giappone, ancora oggi un relitto del passato industriale. Con la crisi del carbone, la Mitsubishi decise di chiudere la miniera. Nel 1974 l’impianto cessò ogni attività e in soli quattro mesi l’intera popolazione lasciò l’isola. Hashima rimase così, improvvisamente, vuota.
Per anni fu vietato l’accesso, a causa del pericolo di crolli. Nel 2002 l’isola passò alla città di Takashima e nel 2009 il governo giapponese revocò il divieto, permettendo al regista svedese Thomas Nordanstad di girare un documentario insieme a un ex abitante. La conclusione del film era chiara: quando l’uomo scompare, la natura si riprende tutto.
Oggi Hashima è visitabile solo in parte, ed è considerata Patrimonio dell’Umanità come testimonianza della storia industriale giapponese. Hashima è un luogo inquietante. Rappresenta la corsa dell’uomo verso il progresso, la sua capacità di costruire città impossibili, ma anche la fragilità di tutto ciò che creiamo. In pochi decenni, un mondo densissimo di vita è diventato un relitto silenzioso, divorato dal vento e dal mare.

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