La Lampadina Racconti – L’uomo che andò in cerca dei dispersi dell'”Italia”

di Anna Sanfelice Visconti

Una recente mostra filatelica a Torino ha ricordato, con l’annullo del francobollo commemorativo, il novantesimo anniversario della spedizione Albertini alla ricerca dei dispersi del dirigibile Italia.

Ma chi era Gianni Albertini? Milanese, ingegnere venticinquenne, appassionato di sport alpinistici, era stato incluso insieme all’amico Sergio Matteoda nella spedizione Nobile su proposta del presidente del SUCAI, la sezione universitaria del Club Alpino Italiano. Esperto di montagna, sarebbe stato in grado di muoversi anche in condizioni climatiche estreme come quelle polari.

I due giovani si troveranno ad assistere e collaborare agli aspetti logistici, compiti che prenderanno, come prevedibile, le forme più varie. Alla baia del Re nell’arcipelago delle Spitzbergen, dove erano giunti con la nave appoggio Città di Milano, dovranno facilitare i voli di prova del dirigibile spazzando la neve dalla pista e facendo, all’occorrenza, saltare il ghiaccio con la dinamite. Dovranno aiutare nelle manovre di ormeggio fra le pareti dell’hangar a cielo aperto, trainare le pesanti slitte con le bombole di idrogeno necessarie a gonfiare l’involucro. E, per non far pesare l’accumulo di neve, arrampicarvisi senza scarpe, coi piedi ricoperti di paglia fasciati di stoffa, e toglierla con estrema cura, servendosi di arnesi avvolti nella stoffa.

Albertini non era stato preso a bordo dell’”Italia”, come sperava, al momento della partenza verso il Polo; circostanza, questa, che potrebbe avergli salvato la vita.
È nota la drammatica sequenza dei fatti, il telegramma radio che annunciava il primo sorvolo del Polo Nord scatenando l’entusiasmo a bordo della nave appoggio. Poi, via via, le richieste sempre più pressanti di rilevare e comunicare la posizione del dirigibile avvolto nella nebbia. “Visibilità cattiva”, “Lottiamo aspramente con il vento”. Albertini scriverà che il linguaggio di Nobile, sempre misurato, dava l’impressione della gravità del momento. Poi il silenzio, e la graduale presa di coscienza della possibilità di un serio incidente.
Dopo cinque giorni di attesa la nave appoggio si rifornisce di carbone e salpa alla ricerca dei dispersi. Partono le spedizioni di soccorso divise in piccoli gruppi, alcuni dei quali dovranno essere rintracciati e salvati a loro volta, partono imbarcazioni e idrovolanti. Albertini e Matteoda, i due “sucaini”, si dirigono verso l’interno, percorrendo settecento chilometri sulla banchisa, a piedi e sugli sci, con l’aiuto di selvatiche e bizzarre guide norvegesi, e seguiti da slitte trainate da cani. Cani valorosi e di grande resistenza ma ribelli, feroci e di difficile addestramento, che dovevano restare legati tra loro anche nei momenti di riposo. Avrebbero diviso con gli uomini il cibo via via più scarso, e sopportato le medesime, massacranti, marce. In uno scenario in continuo cambiamento, fra tempeste di neve e vento, lastroni di ghiaccio alla deriva e nebbia impenetrabile, i due, partiti alla ricerca di un gruppo di dispersi ne troveranno invece un altro, l’equipaggio di una delle spedizioni di soccorso, bloccata dall’avaria del loro idrovolante.
Sulla nave russa venuta a riprenderli Albertini rivedrà, tremendamente provati, i compagni che aveva cercato nella lunghissima marcia di esplorazione. Il Comandante Nobile è sulla “Città di Milano” e quelli della tenda rossa, in un primo tempo riforniti di viveri e medicinali, sono stati già portati in salvo.
Ma quelli volati via con l’involucro del dirigibile?
Gianni Albertini non riesce a togliersi dalla mente l’incertezza e il timore sulla loro sorte. Nella primavera del 1929 si mette in contatto col fratello di uno dei dispersi, Giorgio Pontremoli, e con la loro madre. Quest’ultima continua a sperare, nonostante tutto, che possano essere ritrovati, e con lei i familiari degli altri. Albertini si documenta. Legge di spedizioni polari i cui componenti erano stati salvati a distanza di un anno, ma anche di altre di cui si erano perdute le tracce. Si convince della possibilità, dopo aver studiato i venti e le correnti marine, di poter circoscrivere il territorio delle ricerche. Immagina che i superstiti abbiano cercato di dirigersi verso la costa, e pensa di esplorare anfratti e insenature della zona identificata, con puntate nell’immediato retroterra. Ma dice apertamente a Lucia Pontremoli che il tentativo risponde unicamente ad un suo imperativo morale; non si fa troppe illusioni sulla riuscita dell’impresa.

Valuta il costo della spedizione 1.200.000 Lire. Ne raccoglierà 1.192.448, con il contributo del Partito Nazionale Fascista, tra i maggiori finanziatori, di Papa Pio XI, che offrirà a titolo personale una somma consistente, di industriali e parlamentari come Silvio Crespi e Senatore Borletti. Ne verranno spese 1.012.448.

Serve una baleniera, che Albertini andrà a scegliere personalmente ad Oslo, con la chiglia e soprattutto la prua rinforzate, per poter affrontare l’impatto col ghiaccio. Particolare attenzione rivolgerà all’attrezzatura radiotelegrafica, scegliendo gli apparecchi più sofisticati, e a tutto il necessario per una spedizione di diversi mesi; farà perfino confezionare i sacchi a pelo in misura perfettamente compatibile con quella delle tende. Sceglie i componenti del gruppo non solo in base all’amicizia, ma alle competenze scientifiche di ciascuno. Il diario di Albertini riporta in appendice le relazioni sugli aspetti meteorologici, biologici e naturalistici, sulle analisi dell’atmosfera, la misurazione dell’ozono, l’azione del freddo e della luce continua sul metabolismo basale. Indipendentemente dalla riuscita, questi studi avrebbero contribuito ad una più profonda conoscenza dell’Artico. Infine stipula un contratto con l’Ente Nazionale di Cinematografia, per documentare la spedizione.
Il nome della nave presa a nolo era Heimen, modificato in Heimen Sucai con qualche pennellata di vernice sulla fiancata. Oltre alla prua rinforzata, la tipica chiglia rotondeggiante limitava la presa del ghiaccio, ma era fonte di instabilità e di violenti attacchi di mal di mare.

Albertini impiegherà i tempi di navigazione per addestrare i cani da slitta. Li studia sotto il profilo psicologico, ne identifica il capo, ne osserva i rapporti di amicizia o di rivalità, capisce l’ordine da seguire per attaccarli alle slitte. Sono inferociti per essere stati a lungo rinchiusi in gabbie, obbligatorio entro le acque territoriali norvegesi, e l’addestratore si prenderà qualche morso nonostante gli spessi guanti di pelle. Ma ne guadagnerà la stima e l’obbedienza, e riconsegnando i superstiti al rientro stilerà una serie di appunti con le caratteristiche di ciascuno, per un migliore impiego, in futuro, di quegli animali straordinari.

La spedizione dura dal 15 maggio al 22 settembre 1929. Nell’ipotesi che, dovunque abbiano toccato terra, i superstiti avrebbero cercato di dirigersi verso la costa –secondo i calcoli quella della Terra di Nord-Est- la Heimen Sucai ne seguirà la linea circumnavigandola, fermandosi per consentire perlustrazioni verso l’interno. La più dura e difficile di queste marce farà percorrere a quattro di loro, Albertini compreso, mille chilometri in ventotto giorni, durante i quali saranno bloccati da una tempesta di neve e costretti al razionamento degli scarsi viveri. Passeranno giorni interminabili chiusi nelle minuscola tenda ghiacciata, cercando di riposare nei sacchi a pelo bagnati e sperando in una schiarita. I cani morti di stenti ad uno ad uno verranno dati in pasto ai loro compagni. Nel corso di queste ricognizioni troveranno le tracce di spedizioni precedenti, come quella scientifica svedese del 1899, e a Capo Nord la capanna in cui avevano lasciato un deposito di viveri l’anno prima, con la scritta “This depot is put here to help Nobile’s and Amundsen’s lost parties”. Nessuno li aveva toccati.  I viveri erano deteriorati per l’umidità e il gelo, le pareti coperte di ghiaccio. Nei pressi della Baia del Re avevano avvistato con grande tristezza lo scheletro gigantesco di quello che era stato l’hangar del dirigibile Italia.

Tra luglio ed agosto la Heimen Sucai tenta di raggiungere l’arcipelago Francesco Giuseppe.
Ma l’inverno si sta avvicinando, i ghiacci di nuova formazione si ingrossano sempre più; nel cielo passano stormi di uccelli diretti verso sud. Il rompighiaccio russo Sedov, che si trova in zona, non ha visto in quei luoghi traccia dei superstiti. Albertini decide di fare rotta verso la Nova Zemlya. Di baia in baia, scendendo ogni volta a terra, troverà resti di insediamenti samoiedi, pali di segnalazione; nient’altro. Il 21 settembre, con le riserve di carburante agli sgoccioli, si rassegna, tristemente, a rientrare; di lì a poco l’inverno artico avrebbe precluso ogni possibilità di ricerca.
Le notti dell’ultima traversata sono illuminate dai guizzi multicolori delle aurore boreali. Albertini le trascorrerà sul ponte, per imprimersi nell’animo, come scriverà poi, quelle “ultime nitide impressioni che fossero un poco il compendio del mio lungo viaggio perché fedeli, incoraggiatrici, vere, compensatrici, mi possano accompagnare poi nel lunghissimo viaggio della vita”.

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